Viva yo! (Intervista a Olaf Ladousse)

Una foto di Olaf Ladousse.

Una foto di Olaf Ladousse.

L’opera di Olaf Ladousse, autore capace di una sintesi pressoché perfetta, può trarre in inganno il lettore. La sua tecnica d’incisione, infatti, non mostra completamente il lavoro che ne sta alle spalle. Il rapporto tra Olaf e la materia è identico a quello che si stabilisce tra lo scultore e la pietra, così, intaccando il supporto (nel suo caso il linoleum) asporta gli strati superflui riuscendo a ricavare figure dalla pulizia formale estrema. Ciò che ne abbiamo noi, come lettori, non è altro che una riproduzione speculare all’originale. Guardare i fumetti di Olaf Laduosse diventa in questo modo una questione di punti di vista, tra i quali l’unico a essere obiettivo è proprio quello dell’autore che, come avremo modo di leggere nell’intervista rimane, nei riguardi del proprio lavoro, assolutamente modesto.

A noi non resta altro che chiederci del rigore con cui egli lavora, mentre ci si perde tra le campiture atone, nelle quali sembra ci sia tutto quanto non si vede, oppure, la dove il bianco campeggia, non ci sia nient’altro più di tutto ciò che già vediamo.

Gabriele Ferrero – Per incominciare, parlaci un po’ di te.

Olaf Ladousse – Sono un immigrante belga a Madrid. Ho studiato disegno industriale a Parigi e in Messico. Dopo il diploma sono partito per ricevere i meritati onori in Spagna. Qui non ho trovato lavoro, però ho conosciuto molti buoni disegnatori…

Ho cominciato a pubblicare la mia fanzine, Que Suerte!, chiedendo fumetti proprio a quegli autori appena conosciuti. In Italia ho pubblicato un volume a fumetti (Fravula fresca, Innovation, 2000) e ora, a distanza di qualche tempo, eccomi qua a rilasciare un’intervista… Direi che è tutto.

Ferrero – In molte vignette ricorrono con frequenza degli strani assemblaggi d’oggetti d’uso comune. Quanta parte del tuo lavoro di designer influisce su quello di fumettista e viceversa?

Ladousse – Le storie che disegno sono costantemente mute, i movimenti dei personaggi non variano mai di molto e, in più, non realizzo gli sfondi. Per questo motivo utilizzo gli oggetti, per dare importanza alle azioni. Più che un fumettista, mi ritengo un designer.

Ferrero – Cos’è un fumetto per te?

Ladousse – Il fumetto è un ibrido del cinema e della letteratura. Si pubblica in forma libraria ma si legge come un film; si possono anche fare dei fumetti senza parole come accade per il cinema, mentre la letteratura muta…. però cinema e letteratura sono molto più redditizi del fumetto.

Ferrero – Da dove partono le tue storie?

Ladousse – Ispirazione divina! Sono come Picasso, ho dei “periodi”. Ho avuto diverse epoche: disillusione, morte, dolcezza contro violenza, politica. Adesso mi ritrovo nel pieno del “mio periodo” nel quale dico: a quel paese i dogmi religiosi e i falsi moralismi. Voglio proprio vedere se riesco a essere censurato per questo motivo in un paese tanto cattolico come la Spagna.

Ferrero – Quanto, in ordine di tempo e di lavoro, ti è occorso per definire lo stile attuale che, come credo, molto sia derivato dalla linoleografia?

Ladousse – In realtà possiedo due tecniche; la prima “classica” per la quale uso, penne, inchiostro di china e, a volte, dei retini, la seconda “High tech”: linoleum, cutter e mattarello (quello che si usa di solito in cucina per stendere la sfoglia della pasta). I risultati di entrambi i modi di disegnare si assomigliano. Lo stile di fondo non cambia, mentre la scelta tecnica è solo il frutto della mia incompetenza per disegnare meglio.

Ferrero – Nella tua fanzine Que Suerte!, vero e proprio laboratorio grafico, appaiono i più diversi autori del fumetto “alternativo” europeo; dove nasce questo progetto?

LadousseQue Suerte! è nata per pubblicare storie mie e dei miei amici. Alcuni di loro sono dei professionisti, mentre altri non hanno mai disegnato. Mi interessa molto questo contrasto. Ogni volta che incontro un autore che mi piacerebbe pubblicare spedisco l’ultimo numero della rivista spiegandogli che non posso pagare. In generale, come risposta, ricevo un buon fumetto. Di solito produco un numero ogni anno con una tiratura di trecentocinquanta copie, questo quando ho abbastanza soldi da permettermelo. Il prossimo avrà come tema la carne e vedrà luce la prossima estate. I precedenti otto numeri, tutti esauriti tranne l’ultimo, vertevano sui più disparati argomenti: il numero zero, il pollo, il cane, la strada, la donna, la morte e il numero. In un certo modo questo, fa il paio con i miei “periodi”.

Ferrero – Ho l’impressione che nelle tue ascendenze grafiche ci sia una sorta di DNA nel quale si riconosce la tanto famosa “linea chiara Franco-Belga”, è solo un’impressione?…

Ladousse – Tutti in Belgio possiedono i volumi di Tintin nelle loro case. Quando ho incominciato a disegnare e incontravo qualche difficoltà, cercavo nella mia collezione di Tintin come Hergè avesse risolto quel particolare problema e lo imitavo. Quegli autori, Hergè ed Edgar P. Jacob, erano vicini a un’area politica e culturale conservatrice. A me piace molto Robert Crumb e il fumetto undergroud, però ritengo che sia più facile disegnare come Hergè che come Crumb.

Ferrero – Per concludere una domanda di attualità, qual è la situazione odierna del panorama fumettistico in Spagna?

Ladousse – Ci sono moltissimi buoni autori e neppure un editore “decente”. Le cose migliori vengono autoprodotte degli autori stessi o editate da piccoli editori che si arrischiano con certo tipo di materiale. I grandi editori pubblicano molti libri; il mercato è enorme: c’è un intero continente che parla spagnolo, però comandano i soldi e questo va a discapito della qualità. Credo che succeda lo stesso da tutte le parti. Per fortuna ci sono anche molte buone fanzine ed è facile pubblicare con loro.

Traduzione di Gabriele Ferrero e Stefano Misesti.

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