Profumo di donna

Copertina del volume pubblicato da Granata Press nel 1991.

Copertina del volume pubblicato da Granata Press nel 1991.

(if n. 10, Epierre)

Donna. Una sola immagine per due riflessi: Crepax, o la visione nichilista occidentale; Magnus, o la via luminosa del Bodhisattva.

È questione non priva d’insidie tentare una lettura dell’opera di un autore quale è Guido Crepax. È impossibile comprenderne la totalità degli aspetti per intero e ridurli a una sola costante; ragione questa che ci consiglia di non azzardare sintesi, quanto piuttosto di imbastire un discorso attorno ai caratteri che ne rendono ogni parte omologa, ma non certo univoca. In questo senso l’arte di Guido Crepax non può prescindere dal suo personaggio più importante, quella Valentina Rosselli che ne ha segnato molte stagioni creative. Di lei è possibile seguire l’evoluzione caratteriale dalla Curva di Lesmo attraverso i diciassette curatissimi volumi editi da Milano Libri, Edizioni del Grifo e Lo Scarabeo. Il suo autore, come a volerne punteggiare le diverse età, ha dato vita, con cadenze molto irregolari, a una serie di riduzioni letterarie cui si è dedicato per lunghi anni lavorando, tra gli altri, sugli scritti di Donatien A. F. De Sade, Henry James, Robert L. Stevenson e Franz Kafka. Valentina, Anita e Bianca, ma anche Emmanuelle, Justine e Juliette esistono come unica essenza femminea che configura l’arte di Crepax per come la conosciamo.

 “La donna, nei suoi rapporti con l’uomo, non può essere altro che sua tiranna o sua schiava… mai sua compagna! Compagna potrà esserlo solo se godrà un giorno di diritti uguali ai suoi…

 Con questa affermazione si chiude la versione a fumetti di Venere in pelliccia. La frase, che Crepax fa pronunciare al barone Von Sacher-Masoch nell’immaginario e diafano gabinetto del dottor Sigmund Freud, sembra voler escludere dal mondo onirico di Valentina la pura realtà vissuta dai personaggi per darci una visione, se non di natura opposta, per lo meno diversa da quella vissuta dalla sua principale eroina. Nella confessione di Masoch, infatti, è racchiusa l’impossibilità, comune alla totalità dei personaggi, di cogliere la dolcezza che il fatto amoroso dovrebbe avere come propria; nel contempo ci restituisce una versione distorta della stessa parola Amore. Da questa lettura si può concludere che l’amplesso non è altro che concupiscenza e prevaricazione. Solo attraverso l’innocenza della persona da iniziare si giustifica il desiderio che ammette il compiersi di ogni turpitudine. L’arte dell’alcova come esperienza generatrice del pensiero libertino è al di là di ogni implicazione morale.

Per tutta l’ampiezza delle sue trascrizioni Crepax rappresenta innumerevoli sodomie, incesti e altre perversioni praticate con sofisticate macchine di tortura. In un indissolubile connubbio di dolore e piacere, le pratiche compiute nel boudoir lasciano cicatrici profonde nella coscienza della vittima oltre che sul suo corpo, perché solo per costei, partecipare a dei ludi abietti è un precipitare al fondo del proprio animo.

In grande misura il gioco delle parti risulta, quindi, imprescindibile dal ruolo maschile: donne corrotte dai desideri di perversi libertini lasciano sovvertire i propri sensi, quasi che non ci sia alternativa a questo stato di cose. Le rappresentazioni degli amplessi immaginati dagli autori dei testi originali che Crepax ci consegna, non scadono mai nel volgare o nel truce, ma sfiorano una meticolosità filologica che potrebbe apparire un compiaciuto esercizio accademico. L’intelligenza di Crepax sta nell’imprimere al proprio immaginario, che riprende i contorni delle opere da lui trascelte, la capacità di assumerne completamente i tratti fondamentali fino a farli diventare propri. Il risultato finale appare non solo come una scrittura affine alla matrice letteraria ma, soprattutto, il frutto di una lettura comparata, sostenuta da perfetta conoscenza dei fermenti culturali dell’epoca. Il sesso nel suo manifestarsi appare un atto non vitalistico, sottoposto ai canoni di un’estetica della morte che spicca in maniera assoluta soprattutto in Justine e Venere in Pelliccia.

Seppure con sfumature differenti la dicotomia amore-morte, Eros e Thanatos, percorre come un filo sottile l’arte di un altro autore italiano del medesimo periodo. Magnus, con il suo campionario di ritratti umani, tratteggiato fin dagli esordi, è riuscito a rappresentare diversi aspetti dell’animo femminile. Figure muliebri assolutamente peculiari valicano l’immagine troppo spesso ripetuta dello stereotipo femmineo. Il legame con l’immaginifico femminile è fortissimo, addirittura connaturato alla sua arte. I personaggi verso cui attende una cura enorme, quasi maniacale, sono Satanik, Gesebel, Lola Hudson e Gloria Farr di Kriminal, fino a Frieda Boher di Necron ed Eliza Gonçalvez, la dark lady che segna profondamente la vita di Unknow.

La donna è vista essenzialmente come Femmina, controparte del maschile, componente ugualitaria nell’equilibrio degli opposti, senza la quale i meccanismi più reconditi dell’esistenza non potrebbero sussistere. Oggetto e soggetto ella diviene l’emblema da cogliere in ogni sua implicazione.

Questo interesse si configura sempre più come ineludibile tanto che, nei primi anni Ottanta, l’autore dà vita a Milady nel 3000, un racconto la cui protagonista, Paulonia Zumo, è uno strano tipo di avventuriera spaziale. L’opera rappresenta il primo approccio a tematiche e situazioni narrative nuove e apre la strada al portfolio Fiori di prugno in un vaso d’oro. Se la cartella di disegni riesce come preambolo al racconto Le 110 pillole, la direzione che lascia presagire si dipana attraverso altre opere pubblicate in seguito da Granata Press, Le femmine incantate, Lunario 1995 e si compie definitivamente ne Il principe e il suo giardino, unica prova dell’autore con una forma differente dagli usuali canoni fumettistici. Attingendo agli antichi diari di dame delle corti orientali e ad altri testi classici cinesi, Magnus racconta dei giochi che cortigiane, praticanti il concubinaggio e l’arte della seduzione, conducono con alcuni dissoluti libertini. I luoghi descritti – giardini rinserrati odorosi d’essenze, accoglienti salotti ricchi di broccati, intagli e preziosi oggetti, o ben più discreti talami – fanno da sfondo agli incontri segreti. La raffinatezza grafica a cui l’autore giunge in queste pagine e la radice letteraria delle precise ricostruzioni, travalicano la pura descrizione fattuale per cogliere il lato metafisico della pratica sessuale. L’arte amatoria ha canoni insovvertibili e alterare i pesi e le misure che ne reggono l’equilibrio provoca la rottura del vaso. È il caso di Hsi men “il vaso d’oro”, personaggio principale de Le 110 pillole e padrone del recinto nel quale custodisce le mogli, “i fiori di prugno”. Egli, abusando di certe pillole che aumentano la potenza virile, giunge al proprio disfacimento fisico e alla morte.

L’anonimo principe, protagonista del Principe nel suo giardino, invece, rifugge le gioie del giardino “adorno di molti loti” e, ricongiuntosi all’essenza femminea che egli stesso contiene, non chiede le attenzioni delle amanti, espressione di passioni periture. Con il reintegrarsi degli opposti nell’Uno, l’essere ascende verso l’inalterabile Beatitudine, mentre la realtà fenomenica ritorna a essere una pura rappresentazione degli istinti.

Potremmo quindi concludere che, se nelle sue traduzioni Magnus ha dapprima posto al centro della narrazione la donna, questo interesse è declinato in favore del più ampio manifestarsi della sostanza femminile in forme differenti, ulteriori alla sua espressione sensibile. (GF)

(© sull’immagine Eredi Raviola/Granata Press)

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