L’avvento dell’Anticristo

Devilman n. 11 (Granata Press)

Devilman n. 11 (Granata Press)

(if n. 8, Epierre)

Immaginate una città, nella fattispecie Tokyo, ipotetica capitale del mondo, luogo radiante da cui si diparte la vicenda che ci proponiamo di indagare.

Devilman, opera simbolo di Go Nagai, affine a Mao Dante, parte germinale che ritorna nel suo nodo centrale diventando il fondamentale tassello di questo mosaico più complesso, nel quale l’orrore non è unicamente rappresentazione di se stesso, ma carattere dominante.

Saremmo tentati di ritornare attorno ai numerosi riferimenti numerologici presenti in quest’opera, ricordare i riscontri con le teogonie contenute negli antichi grimori (letture in chiave negativa dei testi sacri), come per altro ha già fatto l’attento Silvio Greco nell’introduzione del recente volume Mao Dante edito dalla Dynamic Italia. Rivolgeremo, invece, il nostro interesse ad altri elementi, non meno inquietanti, presenti in uno dei manga più enigmatici mai apparsi.

Per questo racconto Go Nagai ha riconosciuto come fonte di ispirazione la Divina Commedia. Siamo però convinti che, considerati i contenuti, la vicenda narrata faccia maggiori riferimenti all’Apocalisse di Giovanni (scritta nel 95 d.C. a Patmos) negandone di fatto la natura sacra e diventandone il grimorio.

Se, come afferma lo stesso Nagai riguardo al periodo di stesura dell’opera, egli era solito lavorare in uno stato di rapimento, potremmo parlare di una possessione diabolica e pensare che operasse, oggettivamente, una trascrizione medianica di immagini archetipiche. In Devilman, Nagai mostra manifestamente tutto questo, scrivendo un libro a più livelli nel quale, solo il non iniziato non riesce a cogliere quanto espresso.

Ma veniamo a quegli elementi che ci renderanno più semplice una prima analisi.

MAO DANTE E DEVILMAN

 La differenza sostanziale tra i due personaggi principali delle serie, Ryo Utsugi di Mao Dante e Akira Fudo di Devilman, è che il primo ritiene in sé le caratteristiche che in Devilman (entità) sono divise nella triade Akira-Devilman-Ryo Asuka. Da qui, il confronto col demone, che nel primo caso è molto debole, si fa invece totalizzante. Utsugi-Dante riconosce da subito la propria natura infernale, addirittura quando il demone ha ricordo di sé, egli si manifesta nell’aspetto esteriore di Ryo Utsugi.

Ryo Asuka, componente esteriore della triade Akira-Devilman-Ryo, invece, annichilirà questi due per potere assurgere a una dimensione assoluta, dopo aver scoperto la propria natura demoniaca con l’aiuto inconscio di Akira.

Ryo Utsugi, eroe negativo, è comunque il “campione” della propria razza. Akira Fudo è, invece, un antieroe; le prime battute della vicenda ce lo mostrano ragazzo timido e sfuggente, incapace di imporre la sua figura sugli altri, quindi, l’assunzione del ruolo di eroe equivale alla scoperta di un Sé diverso, opposto al proprio modo di essere. Un ruolo enorme che comporta una difficile accettazione, mai totale e incondizionata, che si porterà dietro, come effetto indelebile, un conflitto aperto tra quanto il suo lato umano ritiene etico e le passioni incontrastabili del demone che a tratti lo sopraffanno. L’atto sublime di distruggere, seppure motivato dalla coscienza di dovere sopravvivere, rapisce per intensità l’uomo. La debolezza di Akira, profondamente umana, alla lunga si riflette in Devilman (sua controparte), rammentandogli che le due nature che possiede, o da cui è posseduto, e che solo apparentemente si armonizzano, non possono essere ignorate o negate. In questo egli è votato alla sconfitta. La coscienza che ammette il dubbio è un’arma a sfavore nello scontro finale con Lucifero. La fallibilità di Akira-Devilman ci porta a una considerazione: l’intera vicenda è segnata dalla costante mancanza di manifestazioni divine, fatto questo, forse giustificabile dal motivo che stiamo trattando di un manga, anche se, per sua stessa ammissione e come possiamo notare da altri elementi, Nagai riferisce di sentirsi “figlio” della cultura occidentale in misura maggiore di quella nipponica.

Allora ci chiediamo: perché Devilman fallisce l’impresa di sconfiggere Satana soccombendo ai suoi attacchi?

ALLA RICERCA DI SÉ

 Come abbiamo visto, egli non viene chiamato al ruolo di eroe da parte di Dio, e deve l’elaborazione della propria identità all’assunzione di quella di un demone. Se accettiamo questa ipotesi, Devilman si rivelerà essere nient’altro che una creatura di Satana, e non il braccio di Dio. Quella di Akira in Devilman è una metamorfosi incompleta, ibrida; è l’aspirazione tradita al voler raggiungere il più grande Sé; è la metafora di una incapacità al rigenerarsi assumendo potenzialità ingovernabili e che lo condurranno a una rovinosa caduta, la stessa che nel principio dei tempi era propria di Satana.

Ma se nella dottrina Cristiana, l’ascensione al Paradiso si compie attraverso la redenzione, quindi tramite la sconfitta di Satana, il mancato compimento della Grande Opera da parte di Devilman è solo una visione pessimistica, oppure, nel fondo di questa storia si nasconde qualcosa di ancora più enorme e spaventoso? Potremmo affermare che quest’opera non è un fumetto, o meglio, non solo.

GIUDA RIBALTATO

Come abbiamo appurato Devilman è una creatura di Satana, che non conosce la propria funzione e sbagliando crede che la sua missione sia quella di combattere il demonio.

Quella di Devilman non è altro che la figura di Giuda Iscariota ribaltata; un demone assurto a mistificatore, che tradisce chi lo ha rivelato a se stesso. I Testi Sacri raccontano che l’Iscariota, il quale “vende” Cristo, riesce nel proprio intento e consegna il figlio di Dio nelle mani di Ponzio Pilato. Devilman stesso tradisce chi lo ama, ma sappiamo che il suo intento non si compie. Lo scontro finale tra i due personaggi assomiglia addirittura a un amplesso, al termine del quale, soccombendo, consegna il campo all’avvento dell’Anticristo, confermando un altro aspetto profetizzato nell’Apocalisse, ossia, che solo tramite la sconfitta del proprio Giuda, Satana potrà edificare il suo regno.

Vorremmo porci un’ultima domanda: Devilman compie realmente il proprio destino? La risposta che ci siamo dati è che egli giunge alla realizzazione in maniera assolutamente involontaria. Non comprendendo chi è in realtà fino al momento della morte.

Egli crede di aver fallito, ma nel momento in cui la barriera tra terreno e ultraterreno si schiude, può guardare alla propria missione giungendo alla conclusione di averla compiuta e, solo a quel punto, può accettarla o ricusarla. (GF)

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