Golem, il robot di sabbia

Un fotogramma da Der Golem, wie er in die Welt kam, film di Paul Wegener.

Un fotogramma da Der Golem, wie er in die Welt kam, film di Paul Wegener.

«Se conosci il Nome segreto di Dio puoi costruire mondi e distruggerli. Puoi muovere le montagne. Puoi anche creare dall’argilla un essere umano, un essere vivente. Un Golem.»(1)

 Sappiamo, come ci è stato insegnato in lunghi anni di catechismo, che la creazione di Adamo, il primo uomo, è avvenuta attraverso la manipolazione da parte di Dio di un pugno di terra.

 Leggiamo nella Genesi: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza,» e anche, «allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.» (2)

 Riflessi del passo biblico si riscontrano anche nel Corano, testo sacro della religione Islamica. I versetti 71 e 72 della sura XXXVIII Sad riportano: «[Ricorda] quando il tuo Signore disse agli angeli: “Creerò un essere umano con l’argilla. Dopo che l’avrò ben formato e avrò soffiato in lui del Mio Spirito, gettatevi in prosternazione davanti a lui”.» (3)

Nel Vangelo di Giovanni, poi, il Creatore diventa parola: «In principio era il Verbo, / il Verbo era presso Dio / il Verbo era Dio.» (4) Egli crea l’universo, non solo dandogli forma, ma anche formulando il nome di ogni sua parte.

L’uomo, cercando di imitare il proprio Padre, ha da sempre ambito a creare un essere che lo aiutasse nei lavori più pesanti. In questo senso il Novecento, un secolo dominato dalla società industriale, ha in certo modo reso reale quell’antica aspirazione. Ma se facessimo un passo indietro e guardassimo alle origini del mito dell’automa, potremmo notare come nelle intenzioni esso non dovesse solo servire ad alleviare gli sforzi dell’uomo, ma addirittura essergli simile nell’aspetto esteriore.

Rappresentazioni antropomorfe hanno da sempre abitato i testi dell’umanità; si pensi a tutte le creature che animano le varie mitologie, ma esse rappresentano delle manifestazioni dell’animo umano, mentre l’ambizione maggiore nell’uomo rimane quella di creare realmente «un essere vivente. Un Golem».

 Il termine ebraico Golem si trova espresso per la prima volta nel Salmo biblico numero 138, e significa «cosa ravvolta in se stessa, ancora informe» come suggerisce Elémire Zolla (noto studioso della tradizione mistica scomparso nel 2002) nell’introduzione al romanzo Il Golem (in originale Der Golem) di Gustav Meyrink, edito da Bompiani nel 1966. Nella cultura Yiddish (lingua giudeo-tedesca parlata dagli Ashkenaziti, ebrei originari dell’Europa orientale), dove il mito del Golem ha avuto la sua massima espressione, il termine è inteso come un insulto e significa “zombie”.

 La leggenda del Golem ha avuto nel corso dei secoli molteplici versioni, tra queste, la più famosa, la stessa che ispirò Meyrink, è quella che vuole il rabbino e cabalista Jehuda Loew creare, nel 1580, un simulacro umano di sabbia per difendere gli abitanti del ghetto di Praga dai soprusi dei nobili.

Secondo la tradizione, per infondere la vita a questo simulacro umano è necessario girare quattrocentosessantadue volte su se stessi in senso orario e recitare il Salmo 119 più alcune combinazioni di lettere tratte dal Sefer Yetzirah (Libro della Creazione), un’opera mistica composta nel III Secolo dell’era volgare. Sarà opportuno qui citarne un passaggio: «Le ventidue lettere Fondamentali, le incise, le plasmò, le combinò, le soppesò, le permutò e formò con esse tutto il Creato e tutto ciò che c’è da formare nel futuro.» (5)

Secondo passo per animare il mostro di sabbia è mettere lo Schem, un foglio di carta su cui è riportato il tetragramma JHWH (Yod Hey Vav Hey), le quattro lettere del nome inpronunciabile di Dio, sotto la sua lingua. Questo procedimento può essere sostituito dall’incisione della parola Emet (verità) sulla sua fronte. In questo caso, quando non si ha più bisogno dei suoi servigi, è possibile disfarsi del Golem cancellando dalla parola la lettera Aleph (che rappresenta l’energia divina immanente alla Creazione). In questo modo il termine si trasforma in met (morte).

Scorrendo le molte fonti riguardo la nascita del Golem, è possibile trovare altri metodi per infondergli la vita. Prendiamo un nuovo brano del racconto citato in apertura del nostro articolo e leggiamo: «Il Gaon di Vilna plasmò quel Golem con la sabbia e l’argilla e l’acqua. E siccome il Gaon, possa il cielo splendere luminoso su di lui, era uno studioso e sapeva a memoria tutti e cinque i Libri di Mosè e i Commentari, e anche tutti i segreti della Qabbalah, siccome sapeva tutto questo, conosceva anche il segreto del Nome dei Nomi del Signore Benedetto e lo aveva scritto su un pezzo di carta. Infilò quella carta nell’orecchio del Golem, e quello che c’era scritto trasformò l’argilla in un essere umano vivente.» (6)

Nel corso del Novecento, il succitato romanzo di Meyrink, datato 1915, ha dato spunti ad autori di molti campi della cultura: registi, poeti, pittori e anche fumettisti, come vedremo. Nostro punto di partenza è il cinema: il film più famoso, e anche quello che ha contribuito a definire completamente l’immagine del mostro è Der Golem, wie er in die Welt kam (Il Golem, come venne al mondo), diretto e interpretato nel 1920 da Paul Wegener. Negli anni precedenti, lo stesso regista, che nel film vestiva anche i panni del Golem, aveva già realizzato due lungometraggi con protagonista sempre il mostro d’argilla: Der Golem, und wie er auf die Welt kam (1915) e Der Golem und die Tanzerin (1917). Dopo questa trilogia anche altri cineasti si sono misurati con il mito ebraico. È il caso di Julien Duvivier, che nel 1935 realizza Le Golem con Ferdinand Hart e Charles Dorat; Martin Fric, autore nel 1951 de L’imperatore della città d’oro; e di Amos Gitai che firma Golem – Lo spirito dell’esilio, un film del 1991 con Anna Schygulla e Vittorio Mezzogiorno.

In ambito fumettistico una versione di grande fascino è data da Il Golem firmato da Dino Battaglia, un racconto di quattordici tavole pubblicato su Linus numero 74 di maggio 1971 e ristampato l’anno successivo nel volume antologico Totentanz. Nella sua trascrizione, però, Battaglia si distacca parzialmente dalla versione tradizionale. Infatti il fumetto dell’autore veneziano si conclude con gli ultimi due versi della poesia El Golem dello scrittore e poeta argentino Jorge Luis Borges: «Nell’ora dell’ angoscia e del barlume / Sul suo Golem teneva gli occhi fissi. / Chi potrà dirci che pensava / Dio nel guardare il suo rabbino in Praga?»

L’interesse di Borges per il Golem non è circoscritto alla stesura del testo poetico datato 1958, infatti il mostro di sabbia era presente anche nelle pagine del suo Manuale di Zoologia Fantastica, un saggio composto nel 1957 con Margarita Guerrero, e tornerà, come una presenza inestinguibile, nell’introduzione al volume Il Cardinale Napellius di Gustav Meyrink, curato nel 1976 dallo scrittore argentino per Franco Maria Ricci Editore.

Nella sua poesia, Borges muove un dubbio riguardo la creatura di fango, sostenendo che si tratti di un essere irrimediabilmente stupido.

Il Golem, creatura mostruosa e al tempo stesso grottesca, imitazione parodistica dell’uomo, che già rappresenta l’immagine fallibile di Dio, riceve da chi lo ha creato questa natura inferiore. Così, il tentativo vanaglorioso di impossessarsi di una forza creatrice che non gli è propria, un atto in aperta sfida alle leggi di Dio, causa al rabbino Loew (rappresentazione dell’uomo che rinnega la maestà divina) una punizione, che arriva proprio attraverso l’essere cui ha saputo dare vita. Il mostro di fango, infatti, si ribella al suo creatore seminando morte e distruzione. (GF) [Robot Magazine n. 1, Coniglio Editore]

(1) Racconti popolari yiddish (pag. 347-348), a cura di Beatrice S. Weinreich, Neri Pozza, Vicenza, 2001.

(2) La Bibbia di Gerusalemme (Genesi 2, 7 e 1, 26 – pagg. 38 e 36), Edizioni Dehoniane Bologna, 1993.

(3) Il Corano (pag. 398), a cura di Hamza Roberto Piccardo, Newton & Compton Editori, 1999.

(4) La Bibbia di Gerusalemme. Op. cit. (Vangelo secondo Giovanni 1, 1 – pag. 2265).

(5) Sefer Yetzirà – Libro della Formazione (pag. 29), Atanor, 1981.

(6) Racconti popolari yiddish. Op. cit.

(© sull’immagine Dino Battaglia)

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