Due expertise per Mauro

Copertina di Sciolto duecase.

Copertina di Sciolto duecase.

(introduzione a Sciolto duecase)

DI TERSO E SCIOLTO

Mi sono imbattuto per la prima volta nella corta figura di Sciolto sulle pagine di Terso, un libricino scarno di parole, che Mauro Ferrari aveva colmato di ricordi e rime e poi disperso, nelle sue poche copie, tra alcuni fortunati amici. L’incontro con questo cane dal pelo corto fu, a ben vedere, certo inaspettato, ma assolutamente non improbabile: un fugace incrociarsi di sguardi. Limpido è il contenuto di Sciolto duecase, così diverso e simile da Terso, nel suo essere fitto di scritture. Punto fisso è la sagoma minuta del cane di Piadena che, se allora faceva solo capolino, ora diventa occasione principale. Per una seconda volta, trascende la propria natura fisica e assume l’essenzialità di un concetto. Potremmo sintetizzare affermando che Terso era l’essenza, mentre Sciolto duecase è la narrazione epica del mito scioltesco.

Nel corso della vita terrena non ho avuto occasione d’incontrare Sciolto, se non attraverso queste pagine con cui Mauro ne ha reso l’immagine che ho riconosciuto vera. A questo punto diventa naturale pensare che lo Sciolto letterario, mi si passi il termine, sia un paradigma e abbia in sé molto più della figura storica di questo cane. Egli partecipa al narrato con la propria presenza anzi, dalla sua fisicità, dal suo “esserci stato” scaturisce ogni memoria.

È un artificio narrativo abusato far parlare un animale dandogli fattezze antropomorfe e peculiarità intellettiva prettamente umane; tutto ciò nel racconto di Mauro non succede: Sciolto è semplicemente quello che è e non potrebbe mostrarsi diversamente da come la sua natura canina gli impone. Le zuffe per il controllo del territorio e le corse sfrenate sono una parte delle sue pratiche quotidiane, di quelle connaturate azioni vitali.

Ma, allo stesso modo, dopo personaggi quali Snoopy e Pluto, solo per citare i più famosi, chi diffiderebbe di un eroe peloso e dal naso molto pronunciato?

Una prefazione inganna il lettore e, soprattutto, chi la scrive. Per quest’ultimo, poi, diventa un’occasione troppo ghiotta per non tentare d’impadronirsi del testo che introduce. Con un colpo di mano, il prefatore potrebbe tentare d’impossessarsi di Sciolto e diventarne il padrone, ma chissà quale gran guinzaglio e quanta forza si troverebbe a opporre agli strattoni testardi di un così piccolo cane… però una confessione a priori non concede alibi, accuso quindi il colpo e lascio il campo a un ben più attendibile testimone.

Un solo, ultimo pensiero mi spinge a considerare che Mauro, come un contadino che lancia bracciate di sementi nel terreno affinché fruttifichino, ha inconsapevolmente trattenuto nel paniere un piccolo germe di quell’antica e futura messe che era Terso; un piccolo seme che ora è germogliato donandoci un frutto aspro e dolcissimo.

Devo gran riconoscenza a Mauro Ferrari, colui che non era, è e non sarà mai padrone di Sciolto, semmai suo compagno e complice. Soprattutto ora. (GF)

 

Copertina de L'uomo-collina.

Copertina de L’uomo-collina.

(introduzione a L’Uomo-Collina, Centro Fumetto “Andrea Pazienza”)

 AI CONFINI DEL GIARDINO PADANO

È un viaggio che parte dal cuore dell’ordinata Pianura Padana e si conclude sul crinale appenninico, luogo caotico nel quale la mano dell’uomo non riesce che in minima parte a piegare a proprio favore la natura.

Concentrandoci ora sul tragitto compiuto dall’Uomo-Pianura (omen nomen), sembra lecito immaginarlo composto da sentieri di nebbia (elemento, questo, prettamente padano) che ricordano le “vie dei canti”, le strade invisibili della tradizione degli aborigeni australiani, che tanto affascinarono Bruce Chatwin. Ma il romanziere e viaggiatore inglese non è il solo scrittore a cui si fa riferimento in questo breve scritto. Infatti, quanto più un autore si nutre di sensazioni e le rigenera, tanto più compiutamente i suoi testi si riallacciano alla tradizione culturale di questo nostro Occidente.

Nei colloqui intercorsi con Mauro Ferrari, per la stesura di questa pagina, è stato più volte citato L’uomo che piantava gli alberi, racconto di Jean Giono.

Chi ha avuto modo di leggere il testo dello scrittore francese, o chi lo avrà in futuro, constaterà da sé quali e quante sottili trame colleghino quella vicenda al contenuto de L’Uomo-Collina. Tra le libertà che Mauro si è concesso, vi è sicuramente il modo di raccontare. Per descrivere il suo “giardino padano”, proiezione interiore del luogo geografico in cui vive, usa il linguaggio magico della prosa poetica, fatto di meccanismi inconsci su cui si avvitano i pensieri. La sua è una forma di poesia che non scade mai in un lirismo esasperato che deprezza il valore delle parole. Al contrario, nella sua scrittura c’è levità di linguaggio; una leggerezza supportata da una costruzione sintattica e linguistica ariosa. Ricordo che nell’introduzione di Sciolto duecase, altro splendido libro di Mauro Ferrari, avvicinai la figura dell’autore a quella di un contadino intento a lanciare bracciate di sementi nel terreno.

Ora, a maggior ragione, non posso che riprendere questo paragone e asserire che, come Elzélard Bouffier, “l’uomo che piantava gli alberi”, Mauro rilascia nella mente dei lettori sensazioni pure, destinate a germogliare e a diventare emozioni profonde. (GF)

(© sulle immagini Mauro Ferrari)

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