Di poesia e di fumetto

Da sinistra, Claudio Calia, Daniele Barbieri, Lello Voce e Davide Toffolo.

Da sinistra, Claudio Calia, Daniele Barbieri, Lello Voce e Davide Toffolo.

Venerdì 21 settembre 2012, nell’ambito della “Festa del libro con gli autori” Pordenonelegge, nel Ridotto del Teatro Comunale Giuseppe Verdi, si è tenuto il dibattito “La poesia a fumetti”. Condotto dal semiologo Daniele Barbieri, ha visto come ospiti il poeta Lello Voce e i fumettisti Claudio Calia e Davide Toffolo.

La Graphic poetry – come era definita un tempoo Poetry comics – come è diventato di moda chiamarla negli ultimi anni – mi affascina e coinvolge da tempo, tanto da realizzare, assieme ad Alfonso Cucinelli, il magmatico “poema a fumetti” Anticanto, pubblicato frammentariamente su alcune testate a fumetti e non ancora apparso in edizione integrale.

Per quanto riguarda il dibattito sulla “poesia a fumetti”, vorrei segnare di seguito qualche appunto e porre altrettante domande riguardo ad alcuni aspetti che nel corso dell’incontro non sono stati messi a fuoco.

La prima e più importante è che cos’è la Graphic poetry (un genere(?) di confine? Un medium?) e quali sono i suoi esponenti.

Gli stessi relatori hanno cercato di darle “padri nobili”. Eppure, a guardare le immagini proiettate sul palco come corollario agli interventi mi è sorto qualche dubbio. Sergio Toppi, Frank Miller, Philippe Druillet, Winsor McCay sono fumettisti o poeti? E la loro opera è fumetto o poesia? Oppure, meglio ancora, sono “poeti grafici”? Per quanto la loro scrittura si possa definire lirica, piuttosto che poetica, è piegata comunque a un intreccio narrativo che si sviluppa per mezzo di «immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore», per citare Scott McCloud. Discorso analogo si può fare per la composizione grafica delle loro tavole, che per quanto libera e non rispondente a schemi rigidi, è comunque funzionale alla narrazione. Questo, a rigor di logica, dovrebbe far escludere dal novero dei “poeti a fumetti” proprio gli autori menzionati da Barbieri, Calia e Voce.

Altro discorso si può fare le opere di Bianca Stone – anche lei citata durante il dibattito – e di altri poeti grafici statunitensi che ricorrono a forme vicine all’“arte sequenziale” per esprimere, attraverso il connubio di disegno e testo, sensazioni slegate da intrecci narrativi.

In questo caso, però, come ammettono i relatori, si tratta di poeti che utilizzano sintesi prossime al fumetto, ma senza per questo volerne realizzare uno.

A questo punto mi chiedo: “Esiste la poesia a fumetti? È possibile definirne i canoni estetici?”

Se queste domande avessero risposte affermative, avremmo già compiuto un primo importante passo che permetterebbe almeno di escludere quello che non è “Poesia a fumetti”.

Se poi si volessero trovare dei “poeti grafici”, per quanto mi riguarda, potrei limitarmi a citare autori che con le loro opere, hanno utilizzato stilemi grafici e compositivi prossimi a quella che dovrebbe essere la Graphic poetry: Edward Gorey, Chumy Chumez, Gianluca Costantini, i misconosciuti Claudio “Scooter” Quarantotto e Mauro Ferrari.

Questo, comunque, rimane un giudizio personale.

Da questa categoria escluderei sicuramente Lello Voce, che è un poeta, e Claudio Calia, che è un fumettista.

Escluderei anche da un possibile elenco di Graphic poetry o Poetry comics la loro Piccola cucina cannibale (SquiLibri, 2011), ottimo esempio di commistione di generi che, come afferma lo stesso Voce «è una macchina celibe, qualcosa che produce senso, ma per produrre senso deve sprecare senso», lavoro empatico nel quale confluiscono energie differenti per dare vita a un’opera fatta di sovrascritture.

Basta acquistare il volume (al quale è allegato un cd un CD di spoken music nel quale Voce legge i propri brani poetici accompagnato dalle musiche di Frank Nemola) per rendersi conto di come ogni parte di esso abbia una propria compiutezza al di là delle altre, e che forse, proprio singolarmente, ognuna di esse acquisisce una dimensione maggiormente credibile. Sembra essere infatti la sussidiarietà tra testo e disegno, che rende una “poesia a fumetti” univoca e completa in se stessa, l’elemento mancante a Piccola cucina cannibale.

Non me ne vogliano Daniele Barbieri, Lello Voce e Claudio Calia ai quali chiedo soltanto un po’ di verità, vi prego, sulla “poesia a fumetti”. (GF)

2 comments

  1. Reply

    Ma che bello, qualcuno ne ha scritto 😉 La prossima volta avvisaci, che se non lo sappiamo che ci fai domande come ti rispondiamo 😀 ?Comunque: articolo che mi incuriosisce e darò un'occhiata a Anticanto.Su quanto dici (quasi) nulla da eccepire: io sono un fumettista, lello voce è un poeta, frank nemola un musicista. Comunque definisco "Piccola cucina cannibale" un lavoro di poetry comics. Per lo stesso motivo per cui faccio libri di giornalismo a fumetti ma non sono un giornalista.Su Bianca Stone e Paul K. Tunis forse mi sono spiegato male "dal vivo", e ne ho scritto meglio qui:http://www.claudiocalia.it/Di-consapevolezza-e-intenzionalitaCiao!c.

    • cratilo on Ottobre 22, 2012 at 3:06 pm

    Reply

    Direi che della verità, vi prego, sull'am…, cioè su quella roba lì, o meglio, delle mie perplessità e sui limiti dell'uso del termine, non avevo fatto mistero nemmeno durante il dibattito. Poi ci sono tornato su più volte, qui: (partire dal fondo, ovviamente).Ciaodb

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